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Breve_storia_della_lingua_italiana_Marazzini.rtf
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01.07.2025
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Il quotidiano è il “tramite fondamentale fra l’uso colto e letterario dell’italiano e la lingua parlata” (Beccaria), e inoltre il giornale può essere assunto come un indice della lingua media.

Nel giornale troviamo una pluralità di sottocodici (politico e finanziario, per es.) e di registri (aulico, brillante, etc.). Il luogo di maggiore originalità del linguaggio del giornale sta nei titoli. Lo slogan deve colpire il lettore, e spesso consiste in una frase nominale.

Gran parte della fortuna recente di parole come ABS, retrofit o air-bag è affidata alla martellante pubblicità delle case automobilistiche.

La lingua della pubblicità tende sovente a forzare, ad esempio mediante un marcato uso dei superlativi, sia con desinenza –issimo, sia mediante i prefissi extra, iper, super, etc.

6. L’ITALIANO DELL’USO MEDIO E LA LINGUA SELVAGGIA

L’italiano dell’uso medio è comunemente parlato a livello non formale. La differenza rispetto all’italiano che si usa chiamare standard sta nel fatto che questo italiano dell’uso medio accoglierebbe fenomeni del parlato, presenti magari da tempo nello scritto, ma generalmente tenuti a freno dalla norma grammaticale, che ha sempre tentato di respingerli ed emarginarli. Lo standard rappresenta dunque un italiano ufficiale ed astratto, mentre l’italiano dell’uso medio rappresenta una realtà diffusa. Questi ne sono tratti caratteristici:

1) lui, lei, loro usati come soggetto.

2) Gli generalizzato anche con il valore di le e loro.

3) Diffusione delle forme ‘sto e ‘sta.

4) Tipo ridondante a me mi.

5) Costrutti preposizionali con il partitivo, alla maniera francese (con degli amici).

6) Ci attualizzante con il verbo avere e altri verbi (che c’hai?).

7) Dislocazione a destra o a sinistra.

8) Anacoluti nel parlato (Giorgio, non gli ho detto nulla).

9) Che polivalente.

10) Cosa interrogativo al posto di che cosa.

11) Imperfetto al posto del congiuntivo e condizionale nel periodo ipotetico dell’irrealtà.

L’italiano unitario medio è essenzialmente parlato. Tappa importante sul cammino di un’omologazione di tutti gli italiani fu, nel 1962, l’introduzione della scuola media unica, uguale per tutti, con obbligo scolastico fino ai 14 anni.

Per la sua forte incidenza sociale, la scuola è diventata, a partire dagli anni ’70, l’obiettivo privilegiato degli interventi di coloro che vedevano nelle forme tradizionali di insegnamento della lingua uno strumento di repressione.

Don Milani mette a nudo le condizioni di vera indigenza linguistica in cui si trovavano i ragazzi delle classi povere. Don Milani mette anche in discussione qualunque norma linguistica, qualunque forma alta di comunicazione, identificandovi un trabocchetto repressivo ai danni degli umili.

Messi sotto accusa per aver tramandato un italiano “puristico-scolastico”, in cui non si dice arrabbiarsi ma adirarsi, in cui fare è ritenuto generico e improprio (svolgere i compiti), alcuni docenti si sono buttati sulla sponda opposta, limitandosi a prendere atto del modo di esprimersi e del modo personale che ogni alunno si è formato negli ambienti pre ed extrascolastici, senza arricchirli.

Oggi si riscontrano carenze linguistiche di base non soltanto negli studenti della scuola dell’obbligo, ma anche in allievi assai avanzati nel corso dei loro studi. Francesco Bruni a questo proposito ha parlato di un italiano selvaggio.

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