- •Claudio marazzini – breve storia della lingua italiana
- •14. La lingua come varieta’
- •Capitolo primo – origini e primi documenti dell’italiano
- •6. Documenti notarili e giudiziari
- •Capitolo secondo – il duecento
- •4. La formazione della prosa volgare
- •Capitolo terzo – il trecento
- •3. Il linguaggio lirico di petrarca
- •4. La prosa di boccaccio
- •Capitolo quarto – il quattrocento
- •4. L’umanesimo volgare
- •Capitolo quinto – il cinquecento
- •3. Altre teorie: “cortigiani” e “italiani”
- •5. La stabilizzazione della norma linguistica
- •7. La varieta’ della prosa
- •8. Il mistilinguismo della commedia
- •Capitolo sesto – il seicento
- •3. Il linguaggio della scienza
- •Capitolo settimo – il settecento
- •2. Cesarotti filosofo del linguaggio
- •4. La lingua di conversazione e le scritture popolari
- •Capitolo ottavo – l’ottocento
- •2. La soluzione manzoniana alla “questione della lingua”
- •3. Una stagione d’oro della lessicografia
- •Il secondo obiettivo proposto da Manzoni nella Relazione del 1868 stava nella realizzazione di una serie di vocabolari dialettali I quali suggerissero l’esatto equivalente fiorentino.
- •6. Il linguaggio giornalistico
- •7. La prosa letteraria
- •Capitolo nono – il novecento
- •Inoltre collaborò con la nascente cinematografia del muto, fornendo le didascalie e I nomi di persona latini e punici per il colossal del 1914 Cabiria.
- •Va ricordato inoltre che Pirandello “è sempre stato programmaticamente diffidente verso il dialetto come strumento letterario”.
- •2. L’oratoria e la prosa d’azione
- •Il quotidiano è il “tramite fondamentale fra l’uso colto e letterario dell’italiano e la lingua parlata” (Beccaria), e inoltre il giornale può essere assunto come un indice della lingua media.
- •Capitolo decimo – quadro linguistico dell’italia attuale
- •Letture consigliate
- •3. I manuali di storia della lingua italiana
- •5. La grammatica dell’italiano
Il secondo obiettivo proposto da Manzoni nella Relazione del 1868 stava nella realizzazione di una serie di vocabolari dialettali I quali suggerissero l’esatto equivalente fiorentino.
L’800 fu anche il secolo d’oro della lessicografia dialettale. L’interesse romantico per il popolo e la cultura popolare, a cui seguì la curiosità della linguistica per il dialetto, considerato non più italiano corrotto, ma una parlata con la sua dignità, i suoi documenti, la sua storia parallela a quella della lingua italiana. Lo studio dei dialetti si accompagnò a una profonda curiosità per le tradizioni popolari e anche per le forme letterarie della cultura orale, canti e racconti.
Mentre si realizzava l’unità d’Italia, lo studio dei dialetti serviva proprio per scoprire le tradizioni italiane.
4. GLI EFFETTI LINGUISTICI DELL’UNITA’ POLITICA
In comune, tra i vari stati italiani, c’era soltanto un modello di italiano letterario, elaborato dalle élite. Mancava quasi completamente una lingua invece comune della conversazione.
Il numero degli italofoni, era allora incredibilmente basso. De Mauro, al momento della fondazione del Regno d’Italia, sostiene che quasi l’80% degli abitanti era analfabeta ufficialmente. Non tutto il restante 20% però sapeva utilizzare l’italiano.
Alfabeta dunque non significava avere un reale possesso della lingua scritta. De Mauro ha supposto che per raggiungere una padronanza accettabile della lingua occorresse almeno la frequenza della scuola superiore postelementare, la quale nel 1862-63 toccava solamente l’8,9 per mille della popolazione tra gli 11 e i 18 anni, ovvero 160000 individui. A questi, si aggiungano i 40000 toscani e 70000 romani che hanno un possesso naturale della lingua. Essi infatti, se hanno conseguito anche solo un’istruzione elementare, hanno un possesso accettabile della lingua.
In totale sarebbero dunque 600000 gli italiani capaci a parlare italiano su una popolazione totale di 25 milioni, ovvero il 2,5%.
Castellani ha invece posto il problema dell’esistenza di una fascia geografica mediana, corrispondente almeno a una parte della Marche, del Lazio e dell’Umbria, in cui la natura delle parlate locali è tale da far ritenere che un grado di istruzione anche elementare sia sufficiente per arrivare al possesso dell’italiano.
Il nocciolo del problema sta nel tipo di rapporto che si ritiene intercorra tra la lingua toscana parlata, i dialetti dell’area mediana e l’italiano. Il nuovo calcolo del Castellani alza la percentuale di parlanti in italiano al 10% della popolazione totale.
Con la formazione dell’Italia unita, per la prima volta la scuola elementare divenne ovunque gratuita ed obbligatoria grazie all’estensione della legge piemontese Casati del 1859 in tutto il territorio statale. La legge Coppino del 1877 rese effettivo l’obbligo della frequenza, almeno per il primo biennio, punendo gli inadempienti.
Nel 1861, almeno la metà della popolazione infantile evadeva l’obbligo scolastico. Nel 1906, evadeva l’obbligo ancora il 47% dei ragazzi.
Esistevano gravi condizioni di disagio: certi maestri infatti usavano il dialetto per tenere lezione, essendo incapaci di fare di meglio; inoltre nelle scuole superiori si confrontarono posizioni teoriche diverse, con la presenza di insegnanti puristi, manzoniani e classicisti.
Giosuè Carducci diede il suo parere su programma e libri scolastici, progettando un percorso basato su di un sentimento classico della lingua letteraria.
Le cause che hanno portato all’unificazione linguistica italiana dopo la formazione dello stato unitario, individuate da Tullio De Mauro, possono essere così riassunte:
1) azione unificante della burocrazia e dell’esercito. 2) azione della stampa periodica e quotidiana. 3) effetti di fenomeni demografici quali l’emigrazione, che porta fuori dall’Italia molti analfabeti. 4) l’aggregazione attorno ai poli urbani che significa abbandono dei dialetti rurali.
5. IL RUOLO DELLA TOSCANA E LE TEORIE DI ASCOLI
Nel 1873 le idee e le proposte manzoniane furono contrastate da Graziadio Isaia Ascoli, il fondatore della linguistica e della dialettologia italiana.
La polemica prendeva le mosse dal titolo del Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze di Giorgini-Broglio, titolo in cui era stato usato l’aggettivo novo alla maniere fiorentina moderna, con il monottongamento in –ò- di –uo-, contro al tipo nuovo, ormai largamente accolto nella lingua letteraria comune. In sostanza Ascoli escludeva che si potesse disinvoltamente identificare l’italiano nel fiorentino vivente, e affermava che era inutile quanto dannoso aspirare a un’assoluta unità della lingua.
L’unificazione linguistica italiana non poteva essere la conseguenza di un intervento pilotato, doveva essere una conquista reale, che sarebbe avvenuta solo quando lo scambio culturale nella società italiana si fosse fatto fitto.
Ascoli, inoltre, contestava che si potesse applicare in Italia il modello centralistico francese, a cui si era ispirato Manzoni. L’Italia andava considerata insomma un paese policentrico, in cui Ascoli individuava la mancanza di quadri intermedi che si ponessero a mezza strada tra i pochissimi dotti e l’ignoranza delle masse, e la malattia era la retorica.
Ascoli è severo con la Toscana. La giudica una terra fertile di analfabeti, con una cultura stagnate: perciò meglio guardare a Roma.
Castellani invece ha difeso il ruolo e la funzione di questa regione, insistendo sull’importanza del manzonismo.
