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Breve_storia_della_lingua_italiana_Marazzini.rtf
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4. La lingua di conversazione e le scritture popolari

L’interesse manifestato dai riformatori del ‘700 per l’insegnamento scolastico dell’italiano non produsse, ovviamente, risultati immediati al livello della popolazione di ceto più basso. L’uso della lingua italiana continuò, anche in questo secolo, a essere in sostanza un fatto di èlite.

Lo spazio della comunicazione familiare era sostanzialmente occupato dai dialetti, e quando non bastavano i dialetti, si doveva ricorrere a una lingua che Giuseppe Baretti ha così descritto: “…toscaneggia il suo dialetto alla grossa, viene a formare una lingua arbitraria, tanto impura e difforme e bislacca sì nelle voci, sì nelle frasi, sì nella pronuncia…”.

Osserva Foscolo che l’uso di una lingua non dialettale nella propria patria avrebbe rischiato di creare problemi di comprensione, o sarebbe stata considerata una “affettazione di letteratura”. Manzoni, da parte sua, descrive i caratteri del cosiddetto “parlar finito”, la lingua ritenuta elegante, che consisteva appunto nell’usare le parole che si supponevano italiane, e nell’aggiungere finali italiane alle parole dialettali terminanti per consonante. La lingua italiana, dunque, così come aveva affermato Baretti, si prestava poco alla conversazione “naturale”, perché era scritta ma poco parlata, e comunque parlata come qualcosa di artificiale.

Questa situazione era tale da far nascere il vero e proprio topos secondo il quale la lingua italiana non poteva essere classificata appieno tra le lingue vive o addirittura era da classificare fra le morte.

Non mancano interessanti eccezioni alla marginalità culturale del dialetto: nei tribunali veneti, ad esempio, le arringhe si fanno in veneto illustre. Ecco un’arringa dell’avvocato veneto Casalboni: “Gran apparato de dottrine…el mio reverito avversario…risponderò col mio veneto stil, il nativo idioma…”.

Si noterà il passaggio continuo dal codice dialettale alla lingua, fino alla compenetrazione, con articoli e preposizioni venete (el, de), sonorizzazioni settentrionali (segondo per secondo).

5. IL LINGUAGGIO TEATRALE E IL MELODRAMMA

Il successo dell’opera italiana nel ‘700 è molto grande, anche all’estero, e questo successo contribuì in maniera determinante a fissare lo stereotipo dell’italiano come lingua della dolcezza, della contabilità, della poesia, dell’istinto, della piacevolezza, in contrapposizione al francese, la lingua della razionalità e della chiarezza. Laddove era necessario usare tecnicismi di qualunque tipo, però, l’italiano entrava in crisi.

Quanto ai paesi di lingua tedesca, l’italiano, già ampiamente diffuso a Vienna, a Dresda e a Salisburgo, ebbe un nuovo successo col trionfo dell’opera italiana di Metastasio, a Vienna. Il linguaggio dell’opera influenzò l’italiano imparato da alcuni stranieri, come Voltaire, che scrive lettere con un lessico melodrammatico e aulico. Anche Mozart conosceva l’italiano, e lo adoperava in forme curiose e vivaci.

Benché si ritrovino nell’opera di Goldoni alcuni accenni al problema della lingua, non si può certo dire che egli ne fosse assillato. Goldoni scrisse opere in dialetto veneziano, in italiano, e infine scrisse anche in francese. Il suo francese è stato giudicato una lingua formalmente imperfetta, ma assai vivace ed adatta alla scena.

Goldoni, nella presentazione della raccolta delle sue opere, toccò comunque la questione: “Quanto alla lingua ho creduto di non dover farmi scrupolo d’usar molte frasi, e voci lombarde, giacchè ad intelligenza anche della plebe più bassa, che vi concorre (al teatro)…”.

L’uso del dialetto, che in scena non costituisce un problema, richiede qualche temperamento in occasione della trasposizione scritta.

Sparisce il tradizionale bolognese del “dottore avvocato”; il dialetto veneziano resta, ma corredato di una serie di chiose per fare intendere anche ai non veneti; vengono così spiegati in nota gli elementi di un ipotetico italiano settentrionale, in cui le careghe stanno al posto delle sedie.

Alcune caratteristiche dell’italiano di Goldoni sono quelle di essere un “fantasma scenico” (Folena) che ha spesso la vivacità del parlato, ma si alimenta piuttosto dall’uso scritto non letterario, accogliendo in copia larghissima venetismi, regionalismi lombardi e francesismi. Dialetto e lingua, comunque, non vanno visti necessariamente in opposizione. In certi casi si alternano e si confondono in una stessa battuta.

L’italiano teatrale di Goldoni è vero, estraneo a preoccupazioni di purezza: lingua non elegante, dunque, ma viva, lingua innovativa che va contro le tendenze tradizionali della prosa accademica italiana. In Goldoni domina una sintassi di tipo paratattico, giustappositivo, asindetico, in cui affiorano caratteri propri del parlato e del registro informale, rimasti sempre ai margini della norma grammaticale, come le ridondanze pronominali (“Corallina mia, a me mi volete bene?”) o come la cosiddetta dislocazione a sinistra con anticipazione del pronome (“La ricchezza la stimo e non la stimo”).

6. IL LINGUAGGIO POETICO

Risale al 1690 la fondazione, a Roma, dell’Arcadia, una palestra poetica di dimensioni gigantesche. Essa ebbe come strumento una lingua sostanzialmente tradizionale, ispirata al modello di Petrarca, e intesa a liberarsi degli eccessi della poesia barocca, allontanandosi dal gusto per l’anormale e per lo straordinario che aveva caratterizzato il secentismo.

Vi è nel linguaggio della poesia del ‘700 una sostanziale adesione al pssato, un impiego della toponomastica e onomastica classica, della mitologia, con relativo largo uso di latinismi ed arcaismi. Sono gli effetti di una tendenza alla nobilitazione come la proclisi dell’imperativo, nelle forme t’arresta, t’accheta, etc, dell’enclisi sgridonne, negommi, etc.

Stessa funzione hanno gli iperbati come “la rauca di Triton buccina tace”.

Metastasio fa uso di troncamenti (arrossir, parlar…). I troncamenti, come gli abbondanti arcaismi e latinismi, hanno lo scopo di distinguere la poesia della prosa, di salvare cioè i versi dal rischio di scivolamento nel prosastico.

Tra due termini, si tende dunque a scegliere quello più raro e letterario, ancorché banale: duolo piuttosto che dolore, per esempio. La poesia del ‘700 affronta temi nuovi temi: basti pensare alla poesia didascalica (Mascheroni) e a quella morale (Parini). Ciò significa che non si rifugge dall’attualità, dai temi moderni, e purtuttavia lo si fa ricorrendo a una sotanziale nobilitazione verbale degli oggetti comuni.

7. LA PROSA LETTERARIA

Includeremo nella categoria della prosa letteraria la prosa saggistica del ‘700. Molti scriventi invocano il confronto salutare con la tradizione francese e inglese. Alessandro Verri dichiara la propria ammirazione per l’ordine della scrittura francese e per la brevità della scrittura inglese. Lamenta, viceversa, la “penosa trasposizione” dello stile italiano, la vanità dei vocaboli selezionati in base a criteri retorico-formali.

Alessandro Verri non andò immune da scrupoli grammaticali, testimoniati da postille autografe apposte ai manoscritti delle Notti romane. Le Notti romane sono un esempio di prosa la quale si propone quale nobile modello neoclassico, ispirato all’antico, con latinismi e con una generale sostenutezza oratoria.

Il nobile decoro di cui fa uso A. Verri nelle Notti romane non presenta alcun cedimento al fiorentinismo cruscante.

Giambattista Vico da giovane aveva aderito al “capuismo”, cioè al movimento arcaizzante del filosofo e scienziato napoletano Leonardo Di Capua, il quale imitava fedelmente i modelli toscani antichi. Nella Scienza nuova di Vico si riconoscono arcaismi e latinismi, in una sintassi che spesso è ben diversa dall’armonica struttura classicistica.

Si possono trovare nella prosa di Vico vere e proprie cascate di subordinare, mentre alcune dignità hanno la forma di pensieri brevi e lapidari.

Vittorio Alfieri parlò male della lingua francese, inaugurando il soggiorno a Firenze come pratica di lingua viva. Nelle tragedie di Alfieri, lo stile dell’autore si caratterizza per un volontario allentamento dalla normalità ordinaria e dal cantabile, allontanamento ottenuto attraverso ogni sorta di artificio retorico, in particolare attraverso la trasposizione sintattica e la spezzatura delle frasi.

La lettura briosa Vita alferiana è un’avventura linguistica, perché descrive il cammino verso la lingua toscana di un giovane aristocratico piemontese.

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