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Le congiunzioni: come, quando e quanto usarle Una «e» che non collega

La e, informa lo specchietto precedente, collega due parole o due frasi. Spesso, però, anziché collegare due parole o due frasi, la e si trova all’inizio di una frase: «E io che ci posso fare?»; «E chi se ne frega!»; «E pensare che non lo conosco nemmeno!»

Questa e iniziale segnala che la frase che segue rappresenta una battuta, una risposta, la continuazione o la conclusione di un discorso.

L’abitudine di aprire i titoli degli articoli giornalistici con questa e di continuazione o di conclusione, come in: «E continuano le adesioni alla convenzione» («La Gazzetta del Mezzogiorno», 16 luglio 2003); «E Bassolino elogia la Moratti e Lunardi» («Il Mattino», 18 luglio 2003); «E ora la manovra» («Bresciaoggi», 19 luglio 2003) sembra oggi in lieve regresso.

Ed, &, e/o

Ed è una variante di e che si adopera quando la parola che segue la congiunzione comincia per e, per evitare l’incontro fastidioso fra due e: e era > ed era;

e ecco —> ed ecco; bello e elegante —> bello ed elegante, eccetera. Attenzione: la d va aggiunta solo se la parola che segue comincia per e. Consigliamo, dunque, di non scrivere ed anche, ed intorno, ed ora, ma e anche, e intorno, e ora.

La congiunzione e/o si è diffusa nella lingua italiana per imitazione dell’inglese and/or. Si usa quando, in comunicazioni scritte, si vuole far capire che due elementi possono unirsi e sommarsi, o escludersi e contrapporsi a vicenda: «Cercasi diplomati e/o laureati»; «Un errore dell’autore e/o del traduttore». Si tratta di una formuletta proveniente dal linguaggio economico e commerciale, che da questo àmbito si è infiltrata prima in vari settori della lingua scritta e poi anche nel parlato. A testimoniare il suo successo ecco un esempio dove non ce lo saremmo aspettato: «Il vasto dibattito politico-storiografico sull’Austria si impernia in larga parte sul ruolo dell’elemento tedesco, sul suo rapporto con le altre nazionalità dell’impero, sulla vicinanza e/o lontananza fra ‘tedeschi’ e ‘austriaci’» (Claudio Magris, Danubio, 1986).

Piuttosto che

«Le donne per riuscire a salire la scala della gerarchia politica e occupare posizioni di prestigio si appoggiano agli uomini. Nel senso che si intruppano in una corrente o in un partito, obbediscono agli ordini del leader di turno e ne diventano le sostenitrici più fedeli e accanite. Tutto ciò per venir poi ricompensate dalla ‘magnanimità’ (con tante, tante virgolette) maschile e ottenere così un seggio in Parlamento, piuttosto che un ministero, o anche solo uno strapuntino in un consiglio comunale.» Questo brano è tratto da un articolo del «Corriere della Sera» del Io settembre 2010. Tutto bene dal punto di vista del contenuto. Meno bene, invece, per quanto riguarda un particolare, relativo all’uso delle congiunzioni. La giornalista che ha firmato l’articolo voleva dire che le donne, per farsi strada in politica, devono appoggiarsi agli uomini: solo così vengono poi ricompensate o con un seggio in Parlamento, o con un ministero, o con un posto in un consiglio comunale. Non sappiamo dove sia nata l’autrice del pezzo, ma sappiamo che scrive sul più importante quotidiano del Nord, e che dunque respira aria linguisticamente settentrionale. Di conseguenza, senza rendersene conto, fa come fanno tanti altri dalla Lombardia al Piemonte e ormai anche più a Sud: usi piuttosto che al posto della congiunzione disgiuntiva o. Esprimendosi come ha fatto, la giornalista ha reso ambiguo (almeno per tutti gli italiani che continuano a usare correttamente le congiunzioni) il messaggio trasmesso, che potrebbe essere interpretato, per colpa di quel piuttosto che, in un altro modo, e cioè come se le donne ottenessero un seggio in Parlamento anziché un ministero, al posto di un ministero. La moda di usare piuttosto che al posto della congiunzione o si è diffusa dal Nord a metà degli anni Novanta del secolo scorso e poi attraverso la radio e la televisione ha contagiato anche il resto d’Italia. Che cosa c’è che non va in questa abitudine? C’è che nella lingua italiana la locuzione piuttosto che può essere usata solo col senso di «invece di», «anziché», per introdurre una frase comparativa. In più, se si usa piuttosto che invece di o, si possono creare, come abbiamo appena visto, equivoci e ambiguità. Di conseguenza, possiamo dire o scrivere: «Fa mille cose piuttosto che studiare»; «Dovresti rimanere qui con me, piuttosto che andartene», ma non dobbiamo né dire né scrivere: «Vivrei volentieri a Londra piuttosto che a Parigi»; «Per colazione prenderò delle fette biscottate col miele piuttosto che con la marmellata». Una studiosa che se ne intende, Ornella Castellani Pollidori, ha ricostruito la storia di questa moda, ipotizzando che l’ espressione piuttosto che in un primo tempo si sia confusa con o piuttosto e poi abbia finito col sostituirsi del tutto alla semplice o. La sostituzione è stata talmente invasiva che Stefano Bartezzaghi l’ha definita una sgrammaticatura «a prezzemolo».

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