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Codesto

É mai possibile o porco di un cane / che le avventure in codesto reame / debban risolversi tutte con grandi puttane?

Molti avranno riconosciuto la canzone da cui sono tratti questi versi: è Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers. In una lingua volutamente aulica Fabrizio De André, che l’aveva composta nel 1962, ironizzava su un re che, tornato dalle gloriose avventure contro i Mori, trafficava con una prostituta come un mascalzone qualunque («Nihil sub sole novi», vien fatto di dire). Per evocare l’atmosfera cavalleresca medievale, De André inserì nel testo quel codesto che, da solo, dà un sapore d’altri tempi alle parole del re dei Franchi.

Come negli anni Sessanta del Novecento, così anche oggi codesto è parola d’altri tempi, con un’eccezione geografica, un’eccezione settoriale e qualche eccezione stilistica.

L’eccezione geografica: codesto è normalmente usato in Toscana per indicare qualcuno o qualcosa lontano da chi parla e vicino a chi ascolta.

L’eccezione settoriale: codesto è normalmente usato nel linguaggio burocratico per indicare qualcuno o qualcosa lontano da chi scrive e vicino a chi legge. Se si scrive una lettera a un ufficio qualsiasi, quando la lettera arriverà al destinatario la persona che l’ha scritta sarà lontana, mentre chi la legge sarà in quell’ufficio. Eccone un esempio:

La presente fa riferimento alle note di codesto Ufficio del 12 dicembre 2005 e del 23 gennaio 2006, recanti entrambe protocollo 557/RS/39/102/1997 e pari oggetto della presente, pervenute in risposta a precedenti di questa O.S. del 15 giugno 2005 recante protocollo 3501654/05, del 28 luglio 2005 recante protocollo 3501789/05 e del 6 settembre 2005 recante protocollo 3502023/05.

Linguaggio incomprensibile? Siamo d’accordo, ma certo non per colpa del povero codesto, che qui ha svolto decorosamente il suo compito.

Ma non è finita. Al di fuori della Toscana e del linguaggio burocratico, codesto vive una vita sotterranea e appartata, e ogni tanto riemerge dove non ce l’aspetteremmo. Per esempio, lo troviamo ben due volte in un romanzo di Giorgio Montefoschi (non anziano né toscano): «Ecco, comunque, cosa accadde, non appena codesto mormorio, volto a blandirla, s’esaurì»; «Mai, d’altro canto, fino al momento preciso in cui Carla Bellelli chiuse le dita sottili attorno alle sue, avevo pensato a codesta eventualità» (Giorgio Montefoschi, La casa del padre, 1994).

D’accordo, si tratta di narrativa, e agli scrittori tutto si concede. Ma codesto affiora anche negli articoli di un autorevole editorialista e docente universitario (anche lui né anziano né toscano). Eccone un esempio: «Da quando - per l’appunto all’inizio del secolo - gli antichi nuclei di borghesia presero, grazie allo sviluppo moderno, a irrobustirsi quantitativamente e a trasformarsi in ceti medi, da allora codesti ceti non hanno però saputo produrre, e darsi, alcuna forma politica propria e moderna d’ideologia e d’organizzazione politica» (Ernesto Galli della Loggia, «Corriere della Sera», 13 aprile 1998).

Insomma, codesto è sì parola d’altri tempi, ma però (v. p. 227) sopravvive nei nostri. Come ha scritto Luca Serianni, «può essere considerato [...] una suppellettile invecchiata ma non del tutto dismessa, un lampadario fuori moda che però può convivere con l’illuminazione con lampade alogene»

.

E con ciò?

Ciò è un pronome dimostrativo che significa «questa cosa», «quella cosa». Lo si usa soprattutto quando si scrive, mentre nel parlato viene in genere sostituito da questo o quello. Confrontate queste frasi:

Abbiamo discusso di ciò.

Su ciò non sono d’accordo.

Ti ho detto ciò che penso.

Fammi vedere ciò che hai scritto.

Abbiamo discusso di questo.

Su questo non sono d’accordo.

Ti ho detto quello che penso.

Fammi vedere quello che hai scritto.

Sia le frasi della colonna di sinistra sia quelle della colonna di destra sono corrette, con l’unica differenza che quelle di sinistra hanno un sapore un po’ finto, che sa troppo di scritto; quelle di destra, invece, possono ben comparire non solo nella lingua parlata, ma anche in quella scritta.

Quando ha funzione di complemento, ciò viene sostituito spesso dalle forme pronominali atone ci e ne:

Non credo a ciò —> Non ci credo

Parlammo a lungo di ciò > Ne parlammo a lungo

Intendiamoci, nessuno sta tentando di emanare un decreto di espulsione di ciò dalla lingua italiana, e in particolare da quella scritta. Lo hanno usato poeti e musicisti; come potremmo proibirlo noi? Rileggiamo per esempio i famosi versi di Eugenio Montale, nei quali ciò viene ripetuto con forza ben due volte:

Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Eugenio Montale, Non chiederci la parola,

in «Ossi di seppia», 1923

Oppure quelli di Ivan Della Mea, che nel 1967 cantava e faceva cantare:

Io credo che cantando mi sia dato / di dire anche ciò che voi non dite / forse è per questo che voi mi pagate / forse è per questo che mi applaudite.

Ivan Della Mea, Ciò che voi non dite

E con ciò? Potreste chiederci. Appunto: in una domanda retorica di questo genere, che significa «e allora?», ciò è utilissimo per dare alla domanda un tono polemico e impertinente.

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