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Avverbi: come, quando e quanto usarli Gli avverbi di Cetto La Qualunque

Gli antichi, dunque, usavano queste parole in -mente con lodevole moderazione. Dei contemporanei non si può dire altrettanto. Anche senza arrivare agli eccessi dell’onorevole Cetto La Qualunque, interpretato da Antonio Albanese, che per questo suffisso ha una passione paragonabile solo a quella che manifesta per lu pilu (citiamo, dai suoi comizi: anchemente, appropositamente, benissimamente, comunquemente, infattamente, nelsensamente, qualunquemente, parecchiamente, purtroppamente, qualunquemente, senzadubbiamente, tralaltramente), altre star politiche o mediatiche sembrano non poter fare a meno di puntellare affermazioni, risposte, precisazioni e conferme con queste cinque parole magiche: assolutamente, chiaramente, francamente, praticamente, sinceramente.

Assolutamente

Gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso videro il diffondersi della cattiva abitudine linguistica di usare assolutamente, in risposta a una domanda, da solo, senza specificare se si trattasse di una risposta affermativa o negativa. Il 5 gennaio 1994 Antonio Di Pietro (sì, proprio lui: era ancora un Pubblico Ministero, ma il suo italiano era identico a quello di oggi) fece un’impeccabile lezione di grammatica italiana in diretta TV nel corso del processo Cusani. «Impossibile», direte voi. No, perché lo scolaro era Umberto Bossi. Alla domanda del Pubblico Ministero se avesse preso dei soldi per la Lega, Bossi rispose: «Assolutamente». Di Pietro, allora, lo incalzò: «Assolutamente sì o assolutamente no?»

La richiesta di precisazione di Di Pietro era linguisticamente legittima. Quando, per rispondere a una domanda, si usa assolutamente, occorre sempre precisare se questa parola ha valore positivo o negativo, aggiungendovi un o un no. A una domanda come «Lei si dichiara colpevole di questo reato?» la risposta assolutamente sarebbe ambigua, e potrebbe significare sia che ci si dichiara colpevoli sia che ci si dichiara innocenti. Bisogna specificare: assolutamente no!

Oggi i personaggi pubblici sembrano aver imparato la lezione di Mani Pulite (diciamo la lezione di grammatica, naturalmente), e la cattiva abitudine di rispondere a una domanda con «Assolutamente» si è drasticamente ridotta. «Bene», direte voi. «Male», diciamo noi, perché l’abitudine in questione è stata sostituita, nel nuovo millennio, da un altro tic linguistico: quello di rispondere a una domanda non con un semplice o con un altrettanto semplice no, ma solo con «Assolutamente sì» o «Assolutamente no». Illuminanti, in proposito, le osservazioni che nel 2004 Aldo Grasso circoscriveva alla lingua di Simona Ventura e che, in tempi più recenti, Gustavo Zagrebelsky ha giustamente esteso alla lingua di tutti:

«Assolutamente sì»: Simona Ventura non è più capace di dire «sì» o «no». Come tutti í ragazzini, e come Fedro del Grande Fratello, sente il bisogno di aggiungere l’avverbio rafforzativo, anche in contesti in cui è totalmente inutile. Glielo hanno fatto notare ieri nel corso di Quelli che il calcio. In una sola serata è riuscita a raggiungere vertici da record; e anche ieri non si è risparmiata e ha chiuso la trasmissione, passando la linea ad Enrico Varriale, con un «assolutamente sì».

Aldo Grasso, «Assolutamente sì». Simona e la Crusca,

«Corriere della Sera», 27 settembre 2004

Un avverbio e un aggettivo apparentemente innocenti, da qualche tempo, condiscono i nostri discorsi e in modo così pervasivo che non ce ne accorgiamo «assolutamente» più: per l’appunto, «assolutamente» e «assoluto». Tutto è assolutamente, tutto è assoluto. Facciamoci caso. É perfino superfluo esemplificare: tutto ciò che si fa e si dice è sotto il segno dell’assoluto. Neppure più il «sì» e il «no» si sottraggono alla dittatura dell’assoluto: «assolutamente sì», «assolutamente no».

Gustavo Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente, 2010

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