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L’avverbio Non sottovalutate la potenza dell’avverbio

«Non sottovalutate la potenza di PlayStation», diceva, nell’ormai lontano 1995, la pubblicità della celebre console prodotta dalla Sony. Appropriandoci dello slogan proprio mentre della Play esce la quarta versione, noi suggeriamo, con altrettanta decisione: «Non sottovalutate la potenza dell’avverbio». Non sottovalutatela, perché l’avverbio risponde ai comandi di chi lo usa con la stessa altissima definizione dell’aggeggio di cui sopra, tanto apprezzato dai ragazzi di ogni età.

L’avverbio qualifica («Vive bene, male, spericolatamente»), quantifica («Parla poco, molto, troppo»), gradua («Ho camminato abbastanza»), interroga («Come ti senti?»), esclama («Quanto mi manchi!»), specifica tempi («Ti amo ancora») e luoghi («Abita laggiù»): cosa si può chiedere di più a una parte del discorso?

I grammatici latini lo chiamarono così perché ritenevano che questa parola svolgesse il suo ampio ventaglio di funzioni solo quando si accompagnava a un verbo: adverbium significa, infatti, «che si colloca presso il verbo». Sbagliavano, perché l’avverbio frequenta molte altre compagnie, e può modificare o precisare anche la valenza di un nome («Ho paura soprattutto delle malattie»), di un pronome («Mi fa piacere specialmente per te»), di un aggettivo («Troppo gentile»), di un altro avverbio («È proprio tardi») o di un’intera frase («Purtroppo non ho finito»).

La sua versatilità non finisce qui. C’è un avverbio, in particolare, che ha la specifica funzione di presentare qualcuno o qualcosa in un luogo o in un tempo. L’avverbio in questione è ecco: «Ecco Marco»; «Ecco la persona che cercavi»; «Ecco la chiave». Con questo stesso significato, ecco può essere rafforzato da qui, qua, lì, là, laggiù: «Ecco qua i soldi!»; «Ecco laggiù Massimo». Infine ecco, seguito dalla parola tutto, può essere usato per chiudere un discorso, proprio come faremo noi adesso, scrivendo: «Ecco tutto».

Buon sangue non -mente

Nel gran calderone degli avverbi, la parte del leone la fanno gli avverbi di modo, riconoscibili con facilità perché finiscono quasi tutti in -mente. Per formarli, è sufficiente aggiungere al femminile di un qualunque aggettivo di qualità l’uscita -mente:

lungo —> lunga —> lungamente;

rapido —> rapida —> rapidamente;

dolce —> dolcemente;

veloce —> velocemente.

Una particolarità: gli aggettivi che terminano in -le e in -re, nel formare l’avverbio di modo perdono la -e finale:

facile —> facilmente;

sottile —> sottilmente;

celere —> celermente.

Questo -mente ha una storia curiosa, che affonda le sue radici nella lingua da cui l’italiano deriva. In latino quel -mente non era una desinenza, ma una parola autonoma di genere femminile che significava «con animo x», «in modo y». Espressioni come serena mente e acuta mente, in cui la parola mente era preceduta da un aggettivo femminile, per gli antichi Romani significavano «con animo sereno», «in modo sereno», «in modo acuto», «con spirito sottile». Nel passaggio dal latino all’italiano, queste espressioni formate da due parole si cristallizzarono, fondendosi in un unico termine (serenamente, acutamente, eccetera) che è diventato il nostro avverbio di modo.

Gli antichi scrittori italiani, quando potevano, economizzavano su queste uscite in -mente: se in una frase c’erano due avverbi di modo uno di séguito all’altro, il primo veniva spesso privato della parte finale, che si manteneva solo nel secondo avverbio. Valga, per tutti, l’esempio di Dante, che nel Convivio scrive che la qualità della gradevolezza si raggiunge con il «dolce e cortesemente parlare» (cioè: «col parlare dolcemente e cortesemente»). In séguito, gli italiani hanno abbandonato quest’abitudine parsimoniosa; non l’hanno abbandonata, invece, gli spagnoli, nella cui lingua (derivata, come la nostra, dal latino) è d’obbligo eliminare il primo -mente da una coppia di avverbi di modo: «Entro lenta y silenciosamente», direbbe uno spagnolo. «Entrò lentamente e silenziosamente», dice invece un italiano.

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