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«Lo vorrei... Non vorrei... Ma se vuoi...»: il condizionale

Di come usare il condizionale nelle ipotesi vi parleremo fra poco. Qui vogliamo non solo esaltarne (doverosamente) i pregi, ma anche segnalarne (obiettivamente) i difetti.

Cominciamo dai primi. Intanto, lo ha usato la coppia Battisti-Mogol (Io vorrei... non vorrei... ma se vuoi...), e scusate se è poco. Inoltre, il condizionale è il compagno della cortesia, il testimone della modestia intelligente; chiede sottovoce e non pretende urlando, afferma con misura e non impone con arroganza. Infatti si adopera:

  • per chiedere qualcosa in modo cortese e attenuato. «Vorrei una pizza margherita»: la stessa richiesta, fatta usando l’indicativo («Voglio una pizza margherita») sarebbe più netta e meno cortese (non a caso questa forma prende il nome di condizionale di cortesia);

  • per affermare qualcosa in una forma attenuata: «Sarebbe meglio lasciar perdere». La stessa affermazione, fatta usando l’indicativo: «È meglio lasciar perdere», sarebbe perentoria e non lascerebbe spazio a opinioni diverse (questa forma è detta condizionale di modestia);

  • per esprimere un dubbio (in particolare, coi verbi potere, dovere, volere): «Dove potremmo andare a cena stasera?»; «Carla è offesa con me. Che dovrei (potrei) fare, per scusarmi?»;

  • per esprimere un desiderio o un augurio: «Come sarebbe bello fare una gita a Venezia!»

In tutti questi casi, il condizionale sembra indicare la conseguenza di una condizione non espressa, ma sottintesa: «Vorrei una pizza margherita» (sottinteso: «se lei non ha nulla in contrario»); «Come sarebbe bello fare una gita a Venezia» (sottinteso: «se avessimo la possibilità di farla»), e così via.

In altri casi, però, il condizionale (e qui veniamo ai difetti) è schermo dell’ipocrisia. «Dottore, non vorrei disturbarla, ma...» (falso... certo che vuoi disturbarmi!); «Potrei rubarle qualche minuto?» (e giù a parlare per un’ora); «‘Gradirebbe un pezzo di torta?’ ‘Veramente, avrei già mangiato...’» (come «avrei?» Poche storie: o hai mangiato o non hai mangiato. E se non ti va la torta, meglio: mangio tutto io!)

Detto dei pregi e dei difetti, c’è un ultimo uso del condizionale di cui vogliamo (anzi, vorremmo) parlarvi. Nella lingua dei giornali e della televisione, questo modo si usa spesso per presentare una notizia come possibile o probabile, ma non certa: «Tutto sarebbe cominciato dopo la malattia di Bossi. È in quei giorni che si sarebbe deciso di istituire una sorta di guardia di sicurezza per evitare al capo una vita troppo stressante» («La Stampa», 13 settembre 2010); «Una sessantenne di origine asiatica avrebbe aperto il fuoco contro alcuni componenti della sua famiglia» («Corriere della Sera», 24 settembre 2010).

Questa forma è detta condizionale di dissociazione perché il giornalista, presentando la notizia come possibile ma non come certa, prende le distanze (cioè, appunto, si dissocia) dalla fonte che gli ha dato l’informazione. Ormai in televisione si sente ripetere in continuazione, soprattutto nei telegiornali e nelle trasmissioni sportive, una frase che è diventata un tic linguistico: «Il condizionale è d’obbligo». Non c’è cronista, non c’è giornalista, non c’è commentatore televisivo che non la usi. La cosa ha un risvolto comico quando il giornalista presenta sì la notizia con prudenza, ma senza adoperare il condizionale (per esempio dice: «Forse, ma non è sicuro, tutto è cominciato dopo la malattia di Bossi») e poi aggiunge: «Il condizionale è d’obbligo». Un condizionale che però non sta da nessuna parte...

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