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Gli errori di ortografia. Perché si fanno?

L’alfabeto è, evidentemente, uno strumento straordinariamente potente. Con sole 26 lettere ci consente di scrivere centinaia, migliaia, milioni di parole. Nessuna meraviglia, dunque, se qualche volta si fa confusione e si producono quelle discordanze che chiamiamo errori di ortografia.

Su questo tipo di errori la comunità dei parlanti esercita una condanna sociale molto forte, bollando come ignorante chi se ne macchia. In più, gli errori di ortografia sembrano senza rimedio: l’unico possibile parrebbe quello (irrealizzabile) di imparare a memoria la scrittura di tutte le parole. In realtà, le cose non stanno così. L’errore di ortografia non è una colpa linguistica grave: è, anzi, un tentativo di riparare a un’anomalia della lingua, a una mancata armonia fra il modo di pronunciare e il modo di scrivere certe parole.

C’è di più. Quando l’italiano era molto meno diffuso e la sua scrittura molto più oscillante, peccarono in ortografia parecchi personaggi altolocati. In un bel libro dedicato alla lingua di alcuni epistolari del primo Ottocento, Giuseppe Antonelli c’informa che Giulia Beccaria, figlia del grande Cesare e madre dell’altrettanto grande Alessandro Manzoni, nelle sue lettere scriveva addotiva invece di adottiva, altretanto anziché altrettanto, e poi difícilmente, dificoltà, personne anziché difficilmente, difficoltà, persone; Carlo Porta, celebre poeta meneghino, e Monaldo Leopardi, eruditissimo padre di Giacomo, scrivevano scattola, con una t di troppo; un folgorante Alessandro Volta, fra un esperimento e l’altro, trovava il tempo di leggere (e soprattutto di scrivere) i tarrocchi. Ma le note più stonate ci arrivano dai grandi musicisti: a Gioacchino Rossini, fra una cavatina del Barbiere e un’aria del Guglielmo Tell, scappano di penna forme come accerbo, cannale, chichessia, dannaro, dificoltà (forse copiato dalla Beccaria), indiferente, senttito; Gaetano Donizetti, bevuto tutto d’un fiato il suo Elisir d’amore, va a dormire nientemeno che in pantoffole; infine Vincenzo Bellini, una volta composta la Norma, se ne infischia di quella ortografica e scrive mettà e mattivi anziché metà e motivi.

Confidiamo che questi precedenti illustri abbiano tranquillizzato i nostri lettori. Eventuali ansie residue potranno essere rugate dalla considerazione che segue: gli errori che facciamo quando scriviamo non riguardano, per fortuna, tutte le parole, ma solo quelle che, nella lingua italiana, si pronunciano in modo diverso da come si scrivono.

Facciamo l’esempio di una parola come moltiplicatore: anche se è una parola lunga, che non si usa proprio tutti i giorni, tutti (o quasi tutti) sanno come si scrive: si scrive esattamente come si pronuncia. Invece, una parola come moltiplicazione suscita incertezza. Con quante z dobbiamo scrivere moltiplicazione: con una o con due? Il problema si pone perché moltiplicazione non si scrive come si pronuncia. Per ragioni che dipendono dalla storia dell’italiano e dei suoi rapporti col latino, moltiplicazione la scriviamo con una sola z, ma la pronunciamo con una zeta intensa o, come si dice comunemente, doppia. Chi scrive – sbagliando – moltiplicazzione, si limita a riprodurre la pronuncia intensa nella grafia.

In molti casi, poi, l’errore di ortografia dipende da un’interferenza dialettale. Nel Centro e nel Sud Italia la g «molle» di genere, quando si trova all’interno di una parola, fra due vocali, tende a essere pronunciata doppia, intensa: un parlante di Roma, di Caserta o dell’Aquila tende a dire guariggione, raggione, staggione, reaggire, anziché guarigione, ragione, stagione e reagire. Questa pronuncia forte potrebbe trasferirsi anche nella scrittura di queste parole. Caso contrario: nell’Italia del Nord-Est tutte le consonanti doppie, quando si trovano all’interno di una parola, tra due vocali, tendono a essere pronunciate come semplici, deboli: un parlante di Venezia, di Verona o di Trieste tende a dire alenamento, apetito, afidamento anziché allenamento, appetito, affidamento. Anche in questo caso, questa pronuncia potrebbe influenzare la scrittura e causare errori di ortografia.

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