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Alice guardò I gatti

Nel 2005 Francesco De Gregori portò al successo una splendida canzone, programmaticamente intitolata Passato remoto, tutta intessuta sulla trama di forme come, fu, durò, passò.

Il più bel sogno fu il sogno non sognato / e il miglior bacio quello non restituito. / Ed il più lungo viaggio fu quel viaggio che non fu iniziato. / E fu senza saluto il più compiuto addio...

Il più bel giorno fu il giorno consumato / ed il più dolce fiato fu quello trattenuto. / Durò una vita intera l’ultimo minuto. / E non fu mai passato il tempo che passò...

Che cosa rappresenta questa canzone? Un inno alla vita del passato remoto o l’epitaffio di un musicista linguisticamente ben educato per un tempo del bel tempo che fu? Propendiamo senz’altro per la prima ipotesi. Nella lingua delle canzoni, che - come ha dimostrato Giuseppe Antonelli nel già citato studio Ma cosa vuoi che sia una canzone - è stata e continua a essere un’enorme cassa di risonanza della lingua comune, il passato remoto è stato e continua a essere di casa.

Come ha sottolineato Antonelli, nelle canzoni degli anni Sessanta del Novecento questo tempo poteva addirittura essere usato, proprio come nella lingua della poesia e del melodramma ottocenteschi, «per riferirsi a fatti molto recenti, come in Se telefonando di Mina (1966): ‘Lo stupore della notte / spalancata sul mar / ci sorprese che eravamo sconosciuti...’» Tempo dopo, questa funzione arcaizzante venne meno, mentre non è venuta meno l’abitudine di usare il passato remoto nelle canzoni per relegare i fatti raccontati in un tempo psicologicamente lontano dal presente. Basti, a dimostrarlo, l’esempio che segue, che risale al 2010:

Ed una notte piangesti guardando nel cielo / mi disegnasti illusioni e possibilità / e la Cometa di Haìley ferì il velo nero / che immaginiamo nasconda la felicità.

Irene Grandi, La Cometa di Halley

Morale: continuate a studiare il passato remoto. Scriverete bene e canterete meglio.

Sei dubbi

  1. Qual è il passato remoto di aprirei aprii o apersi?

In passato non c’era differenza: le due forme venivano usate con la stessa frequenza. Oggi è molto più comune la forma io aprii, lui aprì, loro aprirono, che per questo vi consigliamo. Ma se per caso ricorreste all’altra (io apersi, lui aperse, loro apersero), non fareste un errore. E ciò che abbiamo detto per aprire vale anche per il suo composto riaprire. Se volete seguire un esempio illustre, sappiate che Alessandro Manzoni, quando rivide la forma linguistica dei Promessi Sposi, cambiò tutti gli esempi di apersi presenti nel romanzo in aprii.

  1. Qual è il passato remoto di convenire: convenne o convenì?

E qual è il passato remoto di intervenire: intervenne o interventi Molto meglio convenne e intervenne. I composti del verbo venire (addivenire, avvenire, circonvenire, contravvenire, convenire, divenire, intervenire, pervenire, prevenire, provenire, rinvenire, rivenire, sconvenire, sopravvenire, sovvenire, svenire) si coniugano tutti come il verbo base. Poiché il passato remoto di venire è venni, venisti, venne, venimmo, veniste, vennero, il passato remoto di un suo composto (come, per esempio, convenire) sarà: convenni, convenisti, convenne, convenimmo, conveniste, convennero. La forma convenìì, convenisti, convenì si spiega con l’abitudine dei parlanti a ricostruire la coniugazione dei composti di venire sul modello della coniugazione regolare dei verbi in -ire, secondo un ragionamento di questo tipo: dormire: dormì = convenire: convenì.

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