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Prossimo o remoto?

«Dio è morto, Marx è morto e neanch’io mi sento tanto bene», recita un’irresistibile battuta di Woody Allen. Parafrasandola, potremmo dire che, se per tutti il congiuntivo è morto e il condizionale è più di là che di qua, per molti anche il passato remoto se la passa piuttosto male. Qual è il vero stato di salute di questo meraviglioso tempo erede del perfetto latino, forma verbale che già nel nome evocava l’idea della perfezione? È ancora vivo o è stato ormai brutalmente umiliato, offeso e soppiantato dal passato prossimo?

Definire usi, funzioni e proporzioni di questi due tempi verbali non è facile. Gli stessi termini di «passato prossimo» e «passato remoto» sono da tempo discussi dai linguisti. La scuola continua a insegnare, da tempo immemorabile, che la scelta fra passato prossimo e passato remoto dipende dalla misura del tempo trascorso fra il momento in cui parliamo e quello in cui è avvenuto il fatto di cui parliamo: se il tempo trascorso è poco, allora bisogna usare il passato prossimo («Un’ora fa ho visto Giovanni»); se invece il tempo trascorso è molto, allora bisogna usare il passato remoto («Un anno fa vidi Giovanni»). Le cose, in verità, non stanno proprio così: altrimenti, qualcuno - credente o non credente - dovrebbe spiegarci l’assoluta correttezza di queste due frasi: «Due anni fa andammo in Francia» e «Dio ha creato il mondo». Come la mettiamo con un passato prossimo che indica un’azione compiuta dal Padreterno molto prima di qualunque viaggio in Francia? In verità, il passato remoto indica, effettivamente, un’azione più lontana dal momento in cui si parla rispetto a quella indicata da un passato prossimo: ma la lontananza in questione non è cronologica, bensì psicologica. In altre parole, mentre il passato prossimo indica un’azione che ha ancora conseguenze sul nostro presente, il passato remoto ne indica una che non ha conseguenze sul nostro presente, indipendentemente da quando si è consumata. Chiariremo questo concetto con altri due esempi:

Francesco Cossiga nacque a Sassari nel 1928.

Giorgio Napolitano è nato a Napoli nel 1925.

In queste due frasi il dato biografico relativo alla nascita dei due presidenti, Cossiga e Napolitano, è presentato utilizzando per il primo il passato remoto e per il secondo il passato prossimo. Come mai? Se valesse la regola della maggiore distanza temporale dal momento in cui si parla, dovremmo aspettarci il contrario: «Francesco Cossiga è nato a Sassari nel 1928»; «Giorgio Napolitano nacque a Napoli nel 1925». Perché, invece, viene naturale indicare la nascita di Giorgio Napolitano con un passato prossimo e quella di Francesco Cossiga con un passato remoto?

Perché l’attuale presidente della Repubblica è, per sua e per nostra fortuna, ancora vivo, e la sua nascita è un evento psicologicamente più vicino a noi della nascita di Francesco Cossiga, ormai morto, e dunque più lontano da noi non sul piano cronologico ma su quello psicologico.

Questo quadro, già complicato di per sé, si complica ulteriormente se teniamo conto, come dobbiamo, di altri fattori di variazione. Nell’italiano contemporaneo, infatti, la scelta fra passato prossimo e passato remoto è determinata anche da differenze geografiche. Al Nord e in gran parte dell’Italia centrale le persone, anche cólte, tendono a non adoperare affatto il passato remoto, mentre nell’italiano parlato in alcune zone del Sud questo tempo resiste molto bene, e viene usato anche in circostanze in cui nella lingua comune non ce lo aspetteremmo. E se non saranno in molti a ricordare Nino Taranto che negli anni Quaranta del Novecento inanellava passati remoti in napoletano e in italiano interpretando la celebre macchietta di Ciccio Formaggio («Te ‘ncuntraje, te parlaje e m’innamorai di te...»), anche oggi, chiunque faccia una passeggiata per le strade di Napoli o di Bari, non avrà difficoltà a orecchiare passati remoti sparsi qua e là nelle conversazioni cittadine. Nell’Italia meridionale estrema, e in particolare in Sicilia, la scarsa presenza del passato prossimo nel dialetto si riverbera sull’italiano parlato dagli adulti. Andrea Camilleri evoca questa particolarità del siciliano presentandola nella lingua ingegnosamente colorita dell’agente Agatino Catarella, centralinista del Commissariato di Polizia di Vigata: «Dottori! Stamatina tilifonò gente che addimandava di lei pirsonalmente di pirsona! I nomi ce li scrissi in questo pizzino» (Andrea Camilleri, Un mese con Montalbano, 1998).

Contemporaneamente, in tutta la Sicilia (Vigata compresa. ..), il passato prossimo recupera posizioni su posizioni nell’italiano parlato dai giovani, influenzati dal modello di lingua adoperato in televisione, in cui, come ciascuno di noi sperimenta quotidianamente, l’uso del passato remoto è decisamente meno frequente.

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