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Quando il presente è passato

Il secondo caso di presente che non è presente è dato, come abbiamo detto all’inizio del paragrafo precedente, dal presente storico, che può sostituire a tutti gli effetti uno o più passati remoti:

Nella primavera, giunse la notizia che Imbonati era morto. Alessandro partì per Parigi in giugno. A Parigi, in rue Saint-Honoré, madre e figlio si trovano uno davanti all’altro e si guardano come due che non si sono mai visti prima. Non sono madre e figlio ma una donna e un uomo.

Natalia Ginzburg, La famiglia Manzoni, 1983

Il 6 agosto 1492 s’iniziò il conclave dopo un coraggioso discorso di Bernardino Carvajal sui mali che flagellavano la Chiesa. Si viene al primo scrutinio. Rodrigo Borgia conta sette voti, nove il Carafa, cinque Giuliano della Rovere, sette il Costa, sette il Michiel cardinale di Venezia: queste le votazioni più importanti.

Maria Bellonci, Lucrezia Borgia, 1939

Come dimostrano i due esempi appena riportati, il presente storico è usato in testi narrativi di ogni tipo (cronache, biografìe, racconti, novelle, romanzi) per dare vivacità al racconto, presentandolo come se stesse svolgendosi nell’istante stesso in cui si scrive.

Per certi versi, il presente storico è il contrario del presente usato al posto del futuro. Mentre quest’ultimo è visto (a torto) come un’improprietà della lingua parlata, il presente storico è considerato una proprietà della lingua scritta, e in particolare di quella letteraria. Questa persuasione non è difficile da spiegare: nell’uso del presente storico, l’italiano raccoglie l’eredità del latino, lingua letteraria per eccellenza. Gli storici latini - da Cesare a Sallustio, da Tito Livio a Tacito - quando dovevano fare il resoconto di grandi e sanguinose battaglie del passato, adoperavano spessissimo il presente per rendere la narrazione più avvincente: di qui la qualifica di storico data a questo tipo particolare di presente. «Il ‘presente storico’», ricorda Alberto Asor Rosa in Assunta e Alessandro (2010), «è il tempo della storia che non passa: serve a ricordare gli avvenimenti come se fossero ancora davanti ai nostri occhi.» Certamente il presente storico è molto frequente nella lingua letteraria; ma è molto usato anche in quella parlata, per la medesima esigenza di suspense e immediatezza richiesta anche al racconto orale. Se qualcuno, chiacchierando, dice: «Eravamo in macchina sull’Aurelia. Improvvisamente spunta una moto e per poco non ci viene contro», noi siamo portati a chiedergli subito: «E poi, che è successo?» Il merito, forse, è anche di quei due presenti storici (spunta, viene) che hanno catturato la nostra attenzione.

Il presente storico è molto gettonato anche in altri tipi di testi che rinviano all’attualità, e cioè gli articoli dei giornali e soprattutto i loro titoli. Su «la Repubblica» del 14 settembre 2010 il pezzo dedicato alla conquista della corona di Miss Italia da parte di Francesca Testasecca aveva questo titolo: «Miss Italia, cade un altro tabù: la più bella ha il corpo tatuato». Niente da dire sul presente della seconda frase (ha): la più bella continua ad avere il corpo tatuato anche al momento dell’uscita del quotidiano. Ma il primo (cade) è un presente che non è presente: al momento dell’uscita del giornale, il tabù non sta cadendo, ma è già bell’e caduto, proprio come il pubblico che ha assistito alla gara è bell’e caduto ai piedi della nuova Miss.

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