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Persone a modo d’altri tempi

A scuola abbiamo imparato che il verbo indica l’azione che il soggetto compie («Francesca schiaffeggia Carlo») o subisce («Carlo è schiaffeggiato da Francesca»), l’esistenza o lo stato del soggetto («C’è Carlo!»), il rapporto tra il soggetto e una sua qualità e/o condizione («Francesca è proprio manesca»). Tutte queste indicazioni sono corrette, ma ci lasciano con un fondo di dubbi irrisolti, e forse, ahinoi, irrisolvibili. Sentite qua: «Carlo ha preso uno schiaffo da Francesca». Qui il povero Carlo, soggetto indiscusso della frase, compie o subisce l’azione espressa dal verbo? La grammatica direbbe che la compie. In verità, la guancia arrossata di Carlo insinua il dubbio che la subisca...

L’esempio cruento appena prodotto dimostra, peraltro, che col verbo le cose non solo si dicono, ma si fanno anche. Con un verbo possiamo fare una domanda («Hai visto come è ridotto Carlo?») o un complimento («Quanto sei paziente, Carlo mio!»), possiamo insultare («Francesca, sei peggio di uno scaricatore di porto!»), dare un ordine («Tieni giù le mani, strega!»), impegnarci in un’azione («Carlo, ti giuro che non lo farò più»), esprimere uno stato d’animo («Se sapessi quanto mi dispiace...»). Col verbo possiamo perfino ingannare e dire una cosa («Franci, non voglio tenerti legata a me...») per significarne un’altra («Bella mia, voglio essere libero»). Un verbo può travestire una richiesta interessata («Ma insomma, perché non mi lasci in pace?») in una dichiarazione apparentemente innocente («Ho bisogno di una pausa di riflessione...»): questioni delicate, insomma, da trattare sempre con i tempi e nei modi più adatti.

A proposito: il verbo, quando è usato da persone bene educate (tre singolari e tre plurali: io, tu, lui o lei; noi, voi e loro), ha i suoi tempi e i suoi modi. I tempi a volte sono semplici, poco pretenziosi (si accontentano di essere formati da una sola parola: leggo, diremo, esci, eccetera), a volte sono un po’ più complicati (la grammatica li chiama composti) ed esigono due parole: un ausiliare (avere o essere) e un participio passato (letto, detto, uscito): ho letto, avremo detto, sei uscito.

Veniamo ai modi. Nella vita le certezze, come si sa, non sono molte: le affidiamo al primo dei modi verbali, quello che esprime la realtà, cioè Vindicativo (per rimanere in argomento sentimentale: «Carlo, ti amo!»). Magari, prima di arrivare a una dichiarazione così impegnativa, sarà meglio ricorrere ai modi che esprimono una possibilità, cioè il congiuntivo («Francesca, e se ci mettessimo insieme?») o il condizionale («Sai? Mi piacerebbe avere una storia con te»), rinviando prudentemente a momenti successivi l’uso dei modi che esprimono il comando (cioè l’imperativo: «Sposami!») e il desiderio (di nuovo il congiuntivo: «Magari potessi!» e il condizionale: «Quanto mi piacerebbe!»).

Tiriamo le somme. Finora la movimentata storia d’amore tra Francesca e Carlo si è svolta in quattro modi verbali: l’indicativo, il congiuntivo, il condizionale e l’imperativo. Per completarla (e complicarla) ne mancano ancora tre: l’infinito («Tesoro, mi fai impazzire»), il participio («Sei un amante straordinario...» «Mai quanto te, mia adorata...») e il gerundio («Amore, ti stavo pensando»).

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