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Un pronome di cui parlare

Cui, invece, si può usare solo se il pronome relativo è un complemento indiretto, preceduto dalle varie preposizioni di, a, da, in, con, su, per, tra, fra, sopra, sotto, verso, eccetera. («Sarebbe questo il libro di cui mi hai parlato?»; «Qui non c’è neppure un libro con cui passare il tempo»). I dubbi (e i possibili errori) nascono quando che si scambia con cui. Che e cui, come abbiamo appena visto, non sono intercambiabili. Se il pronome relativo indica un complemento indiretto la forma che bisogna usare è solo cui, non che.

Su cui c’è da aggiungere che, usato senza preposizione, può equivalere ad a cui: «Queste sono le biblioteche cui ti puoi rivolgere» (= a cui ti puoi rivolgere). Inoltre, se si trova tra un articolo e un nome, cui può equivalere a di cui, del quale, della quale, eccetera: «Cercavo un libro il cui titolo non ricordavo più» (= un libro di cui, del quale non ricordavo più il titolo).

Un pronome del quale parlare

Che e cui sono invariabili, ma esistono anche le forme variabili il quale, la quale, i quali, le quali, che cambiano nel genere e nel numero insieme all’articolo determinativo (o alla preposizione articolata) che li precede.

In teoria, ma solo in teoria, che, cui (a cui, di cui, eccetera) e il quale, del quale, eccetera sono intercambiabili. Nella realtà della lingua, e secondo le regole della grammatica, invece, le cose stanno diversamente.

In primo luogo, il quale, la quale, eccetera possono sostituire che solo se che svolge la funzione di soggetto, e non quella di complemento oggetto. Notiamo la differenza:

  • Potrà rivolgersi alla nostra ambasciata, che (soggetto) si trova in via Nomentana = la quale si trova in via Nomentana:

  • Potrà rivolgersi alla nostra ambasciata, che (complemento oggetto) troverà in via Nomentana = la quale troverà in via Nomentana: NO

In secondo luogo, la forma variabile il quale, la quale, eccetera si adopera solo nei casi in cui la forma che potrebbe lasciare in dubbio, come nella frase che segue:

  • Potrà rivolgersi all’ufficio turisti della nostra ambasciata, che ha aperto da poco uno sportello in via Nomentana.

Che cosa ha aperto da poco uno sportello: l’ufficio turisti o la nostra ambasciata?. Solo l’uso della forma variabile quale risolve ogni dubbio:

  • Potrà rivolgersi all’ufficio turisti della nostra ambasciata, il quale ha aperto da poco uno sportello in via Nomentana.

  • Potrà rivolgersi all’ufficio turisti della nostra ambasciata, la quale ha aperto da poco uno sportello in via Nomentana.

Il verbo

In principio fu il verbo

Eccoci arrivati al cuore stesso della lingua, alla Stella Polare della frase, alla parola più importante di tutte: il verbo. Non a caso il termine italiano che lo indica proviene da verbum, che in latino significava «parola»: il verbo è, infatti, la parola per eccellenza, quella che orienta l’intero andamento del discorso, e che anzi lo rende possibile.

Prendiamo una lunga sequenza di nomi, articoli, aggettivi e preposizioni come «La lampada sul comodino della grande camera da letto dell’amica di Giulia, la fidanzata di Paolo»: senza il verbo è un insieme di voci sconnesse, uno spumante senza bollicine, una paella senza riso. Invece, un unico, semplice, piccolo verbo basta, da solo, a formare una frase di senso compiuto: «Piove».

Qualcuno obietterà: ma il titolo di un articolo giornalistico come «Fiat, nuova società per Pomigliano» («Corriere della Sera», 27 luglio 2010) o come «‘ndrangheta al Nord. Saviano contro la Lega» («La Stampa», 28 luglio 2010), anche se non ha il verbo, non è un’accozzaglia di parole sconnesse: è una frase di senso compiuto, perfettamente comprensibile per il lettore. Verissimo. Il fatto è che nei titoli degli articoli di giornale il verbo non manca affatto: è, semplicemente, sottinteso, e il lettore è in grado di ricostruirne la presenza: «La Fiat crea una nuova società per Pomigliano»; «‘ndrangheta al Nord. Saviano si schiera (oppure polemizza) contro la Lega». Questo tipo di organizzazione della frase, che nella scrittura giornalistica è dettato dall’obbligo della sintesi, nella lingua letteraria è una scelta di stile. Molti scrittori amano accumulare nomi accompagnati da aggettivi, preposizioni, avverbi, affidando a queste parole il compito di comunicare significati e lasciando il verbo, per così dire, «sotto traccia». Questa particolare tecnica narrativa prende il nome di «stile nominale». Eccone un paio di esempi:

Agghindata con eleganza insolente - un raffinato soprabito di raso rosa imbottito di damasco verde, la camicia bianca strizzata nel corpetto con una scollatura troppo generosa. Perle dappertutto: al collo, alle orecchie, impuntonate nell’orlo della camicia. Manetta coi capelli a mezzaluna, la bocca ripassata col rossetto carminio, il seno fastoso appena nascosto dal filo di perle che costituisce il bordo inferiore dell’immagine.

Melania Mazzucco, La lunga attesa dell’angelo, 2008

Ranghi ridotti quelli della cancelleria vaticana in trasferta a New York, una legione di soli tre sacerdoti al 1011 di First Avenue e tanto basta.

Pietrangelo Buttafuoco, L’ultima del diavolo, 2008

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