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Egli lui, ella, lei, essi, esse, loro: personalità pronominali multiple

Se chiediamo a qualunque italiano scolarizzato di età compresa fra i venti e i novanťanni quali siano le forme corrette dei pronomi personali soggetto di terza persona singolare e plurale, la probabile risposta sarà questa: «Al singolare si usano egli ed ella per le persone, esso ed essa per gli animali e le cose; al plurale, si usano essi ed esse indifferentemente per persone, animali e cose». E lui, lei e loro? «Lui, lei e loro non si possono usare come pronomi soggetto, ma solo come pronomi complemento. Non si può dire Lui nacque’, Loro nacquero’; bisogna dire ‘egli nacque’, ‘essi (o esse) nacquero’».

In verità, se passiamo dall’«italiano in provetta» distillato a scuola all’italiano della comunicazione reale, registreremo una situazione completamente diversa.

Nell’italiano d’oggi, mentre egli si fa sempre più raro ed è confinato agli àmbiti della lingua scritta o del parlato formale, lui in funzione di soggetto si trova in qualsiasi varietà di lingua: scritta e parlata, formale e informale. Egli può essere riferito solo a una persona, lui può essere riferito a una persona (come accade quasi sempre) o a un animale (come accade molto raramente). Infine, c’è il pronome esso, che può riferirsi sia a un animale sia a una cosa. C’è da aggiungere, però, che nell’italiano corrente esso non si adopera quasi mai: o si ripete il nome o si ricorre a quello.

Il corrispondente femminile di egli è, effettivamente, ella, che però è ormai rarissimo anche nell’italiano scritto. Il pronome soggetto normalmente usato è lei, riferito a persone e (raramente) ad animali; nello scritto s’incontra anche essa,sostituito, nel parlato, da quella.

Per il pronome soggetto di terza persona plurale essi ed esse non si adoperano quasi mai: per riferirsi alle persone si utilizza loro; per riferirsi a cose e a concetti, invece, o si ripete il nome o si ricorre alla forma quelli, quelle.

Ci troviamo, evidentemente, dinanzi a un caso conclamato di schizofrenia linguistica: da una parte la norma codificata dalla tradizione grammaticale e perpetuata nell’insegnamento scolastico, dall’altra l’uso reale della lingua.

Questo fenomeno di divaricazione ha origini molto antiche. Il fiorentino del Trecento, la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio che, nel corso dei secoli, sarebbe diventata il fondamento dell’italiano letterario, presentava una gran varietà di forme per il pronome soggetto di terza persona: elli, egli, ei, el, e’, ello ed esso per il maschile singolare, ella, essa e la per il femminile singolare, elli, egli, ei, ellino, eglino, essi per il maschile plurale ed elle, elleno ed esse per il femminile plurale. Tante forme, come si vede, ma non lui, lei, loro, che nel sistema pronominale del fiorentino antico si adoperavano solo in funzione di complemento. Dal Quattrocento in poi, in Toscana e fuori di Toscana, si fece strada la tendenza ad adoperare lui, lei e loro anche in funzione di soggetto, sia negli scambi scritti sia in quelli parlati. Ma i grammatici che, a partire dal Cinquecento, fissarono le regole dell’italiano, censurarono questa tendenza: la censurarono perché lui, lei e loro non erano stati usati da Dante, Petrarca e Boccaccio, gli scrittori modello a cui bisognava adeguarsi. In verità, mentre il mancato uso di lui, lei e loro in Dante, Petrarca e Boccaccio era un fatto spontaneo e naturale, il divieto di usarli da parte dei grammatici fu un’imposizione. Gli scrittori ubbidirono, i maestri di lingua anche. Come si fa a non dar retta ai grammatici? Nel Seicento uno di loro, Daniello Bartoli, che guardava alla lingua italiana con un po’ più d’ironia dei suoi colleghi, scrisse che l’obbligo di usare egli era venerato dagli addetti ai lavori come «una delle più sante e immutabili leggi delle dodici tavole della lingua, chiara e diretta come un raggio di luce». Per vedere ufficialmente infranta questa legge inesistente sarebbero dovuti passare altri due secoli. Nell’ultima edizione dei Promessi Sposi (quella del 1840-42, sottoposta alla famosa «risciacquatura in Arno») Alessandro Manzoni, convinto dell’opportunità di avvicinarsi ai modi e alle forme della lingua viva e parlata, eliminò sistematicamente le forme egli, ella, eglino, elleno e le sostituì con lui, lei, loro. In tutto il romanzo lo scrittore lasciò circa sessanta casi di egli, un terzo dei quali riferiti a Dio: evidentemente, il cattolicissimo don Lisander ritenne opportuno riservare la forma consacrata dalla tradizione grammaticale soltanto al Padreterno e a qualche altro pezzo grosso. La conclusione che se ne può trarre è che, se lui, lei e loro in funzione di soggetto li ha usati Alessandro Manzoni, allora possiamo usarli anche noi, e soprattutto - care colleghe e cari colleghi delle scuole di ogni ordine e grado - permettere che li usino i nostri studenti.

Gli

Nell’italiano parlato contemporaneo c’è una diffusa tendenza ad adoperare gli non solo col significato di a lui (l’unico corretto, secondo la grammatica tradizionale: «Ho incontrato Marco e gli ho dato un passaggio»), ma anche col significato di a lei in sostituzione di le («Ho incontrato Claudia e gli ho dato un passaggio») e anche con il significato di (a) loro («Ho incontrato Marco e Claudia e gli ho dato un passaggio»).

Gli al posto di le è ancora oggetto di censura da parte della comunità dei parlanti: per questo non consigliamo di usarlo. Invece, caldeggiamo senza esitazioni l’uso di gli per (a) loro maschile e femminile. Con questo valore specifico, gli fu usato già da Alessandro Manzoni nell’ultima edizione dei Promessi Sposi: «La legge l’hanno fatta loro, come gli è piaciuto»; «E a Milano? Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta?»; «Alle intimazioni che gli venivan fatte, di sbandarsi, e di dar luogo, rispondevano con un cupo e lungo mormorio», eccetera.

Ecco qualche esempio più recente di quest’uso, tratto da romanzi di scrittori che hanno vinto il premio Strega: «Il caos semplice e fondamentalmente calmo nel quale vivrebbero tutto il tempo, se gli fosse permesso» (Sandro Veronesi, Caos Calmo, 2005); «I vecchi - cioè tutti quelli che hanno superato i vent’anni - portano i baffi, lavorano, pagano l’affitto, danno del voi a Lena, hanno la moglie e i figli nella bella patria lontana alla quale pensano col ciglio lacrimoso: la nostalgia gli pagherà il biglietto di ritorno» (Melania Mazzucco, Vita, 2003); «Guardavo i malati mentre gli passavo accanto e cercavo tra loro un letto vuoto» (Margaret Mazzantini, Non ti muovere, 2002), eccetera.

Immaginiamo che, dopo la lettura di questi esempi, a essere incerti sulla liceità di gli per (a) loro siano rimasti in pochi. Convinceremo questi ultimi indecisi argomentando che il tipo gli s’inserisce alla perfezione nella serie dei pronomi atoni che terminano in -i. Mi, ti, gli, si, ci, vi: è molto più coerente concludere la serie con gli piuttosto che con loro! Inoltre, gli maschile e femminile plurale ha dalla sua le ragioni dell’etimologia: infatti deriva dalla forma Ulis, che in latino significava, per l’appunto, sia a quelli sia a quelle.

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