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Apparato digerente

  1. I budelli o le budella? Al singolare budello significa «intestino» e, in senso figurato, «passaggio stretto e contorto». Al plurale, il femminile le budella continua il primo significato (l’insieme degli intestini), mentre il maschile i budelli continua il secondo significato (i passaggi stretti e contorti).

  2. I reni o le reni? Se si fa riferimento al rene come all’organo del corpo umano, allora il plurale è maschile: i reni.

Se invece si fa riferimento alla parte bassa della schiena, allora il plurale è femminile: le reni. Quindi si deve dire: «Ho tutti e due i reni sani», ma «Mi fa male la schiena, ho un dolore alle reni».

Apparato scheletrico

    1. Gli ossi o le ossa? Ossi per indicarli uno per uno, separatamente, con riferimento ad animali: «spolpare gli ossi del pollo»; «dare gli ossi della bistecca al cane»; ossa se dovete indicare le ossa umane nel loro insieme: «le ossa dello scheletro»; «avere le ossa indolenzite». Sempre e solo ossi per indicare il nòcciolo di alcuni frutti: «gli ossi delle pesche»; «gli ossi delle ciliegie».

Come si spiegano I plurali doppi?

La lingua latina, a differenza dell’italiana, aveva tre generi: il maschile, il femminile e il neutro. Schematizzando e semplificando, si può dire che gli esseri animati erano maschili o femminili (per esempio lupus, «lupo», maschile; puella·, «fanciulla», femminile) e gli elementi inanimati erano neutri (per esempio donum, «dono», neutro), anche se le parole che si allontanavano da questo meccanismo distributivo erano moltissime.

Nel passaggio dal latino all’italiano le parole di genere neutro (che al plurale terminavano in -a: dona, «i doni»; corpora, «i corpi»; tempora, «i tempi») diventarono quasi tutte maschili. Alcune (come per esempio brachium, «braccio»; botellum, «budello»; calcaneum, «calcagno»; cornu, «corno»; genuculum, «ginocchio»; ossum, «osso»), una volta diventate maschili, svilupparono un plurale regolare in -i (bracci, budelli, calcagni, corni, ginocchi, ossi), ma. mantennero anche l’antica uscita del neutro in -a (braccia, budella, calcagna, corna, ginocchia, ossa). Ecco spiegato l’arcano.

L’aggettivo Tipi di aggettivi

All’origine della parola aggettivo c’è un verbo, adìcio, che in latino significava «aggiungere». Gli aggettivi, infatti, sono parole che aggiungono qualcosa ad altre parole. Generalmente l’elemento aggiunto dall’aggettivo è una qualità (in questo caso si parla di aggettivo qualificativo: «Questa è una bella giornata»), ma può essere anche un colore («Oreste ha una giacca nera»), una nazionalità («Ho conosciuto una signora spagnola»), una relazione (in questo caso l’aggettivo - detto aggettivo di relazione - può essere sostituito da un giro di parole come «di x», «relativo a x», «proprio di x»: i raggi solari sono i raggi «del sole», «una formula chimica» è una formula «relativa alla chimica», «propria della chimica», l’istruzione universitaria è quella «dell’università», e così via).

L’italiano è una lingua piena di aggettivi. Apriamo un qualunque vocabolario alla lettera a e troviamo, in apertura: abbacchiato, abbattuto, avvilito, abbagliante, abbandonato, abbioccato, abbondante, abbordabile, abbottonato...

L’aggettivo precisa, arricchisce, aggiunge particolari, indica differenze sottili: perciò piace tanto a noi italiani, che, come è noto, amiamo abbondare in precisazioni e sfumature. Andiamo a fare una passeggiata per il centro storico di una città d’arte: non potremo fare a meno di dire che è bella. Ma sentite con quanti altri aggettivi simili a bella possiamo qualificare la nostra città: possiamo dire che è amena, deliziosa, incantevole, piacevole, armonica, proporzionata, ben fatta, gradevole, e così via. Se per caso la città non ci piace, potremo dire che è brutta. Ma potremo anche dire, usando aggettivi simili a brutta, che è disarmonica, antiestetica, malfatta, orribile, repellente.

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