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Eco, carcere e orecchia

Ecco tre parole piuttosto complicate. La prima, eco, al singolare può essere usata sia al femminile (che è la soluzione che suggeriamo: una forte eco) sia al maschile (che è una possibilità che non condanniamo: un forte eco). Al plurale, invece, eco è sempre e solo maschile: gli echi. Come si spiega questa oscillazione? Nella sua origine remota, eco proviene dal nome greco di genere femminile echó, derivato a sua volta dal verbo echèin, cioè «risuonare». Una volta entrata nell’italiano, la parola ha mantenuto il genere femminile; tuttavia, poiché terminava in -o, alcuni l’hanno percepita come maschile, e hanno inventato il plurale maschile gli echi.

A proposito del carcere, possiamo darvi qualche certezza in più (purché quella da voi richiesta non sia la certezza della pena). Al singolare è maschile (il carcere), mentre al plurale è femminile (le carceri). Nel merito, ha avuto una certa eco (o, se preferite, un certo eco) un «i carceri» scappato di bocca a Mariastella Gelmini in un’intervista rilasciata al TG 1 il 14 settembre 2010. Per l’occasione, la ministra dell’Istruzione ha parlato dell’opportunità di «consentire, in tutti I carceri minorili, la possibilità di frequentare la scuola, di conseguire la licenza elementare fino al diploma di scuola superiore». La dichiarazione è lodevole, i carceri un po’ meno: forse un ministro dell’Istruzione, in caso d’incertezza, farebbe meglio a documentarsi o a tenere la bocca prudentemente chiusa. Le orecchie, invece, si possono tenere sempre bene aperte, e altrettanto si può fare con gli orecchi. Tra orecchio e orecchia e i rispettivi plurali orecchi e orecchie, infatti, non c’è nessuna differenza: tutte e quattro queste forme affondano le loro radici nell’italiano antico, benché quelle femminili siano più rare nell’italiano moderno. Per una tradizione che ormai sarebbe impossibile violare, in alcune frasi fatte si fa riferimento alle orecchie («tirare le orecchie», «fare orecchie da mercante», «fare le orecchie alle pagine dei libri», e così via), mentre in altre si preferiscono gli orecchi («avere mal d’orecchi», «drizzare gli orecchi», «essere tutt’orecchi», «essere duro d’orecchi»).

Quando il nome è donna

«Le parole sono femmine, i fatti sono maschi», diceva un antico proverbio. Ai proverbi, si sa, tutto è consentito. A chi voglia usare una lingua italiana rispettosa non solo nei confronti delle regole, ma anche nei confronti delle donne, non tutto è consentito. Cominciamo dalla questione più spinosa e fonte, ancora oggi, di polemiche: la questione dei nomi di professioni e cariche al femminile. I nomi che indicano professioni o cariche pubbliche fino a una certa epoca non prevedevano, per ovvi motivi, una forma femminile. Per vedere che cosa è cambiato, apriamo il «Corriere della Sera» del 23 settembre 2010 e leggiamo che cosa ha scritto Beppe Severgnini: «L’avrete saputo: a Milano ci sono 20 mila avvocati, la metà di tutta la Francia. In Italia sono 230 mila, e aumentano ogni anno di 15 mila. Magari avete visto anche la lettera al Corriere di una giovane avvocata (anonima e pentita): a 27 anni prende 500 euro al mese, e ammette di essere fortunata. Almeno la pagano, e non la piazzano a fare fotocopie & caffè, come tanti colleghi coetanei». Avete letto bene: avvocata. Se lo scrive Severgnini, potete fidarvi. Ma se qualcosa non vi convince, e vi sembra che la parola «non suoni bene», o addirittura «sia brutta», aggiungeremo che, da un punto di vista grammaticale, la forma avvocata è del tutto legittima. La parola era usata fin dal Medioevo nel latino della Chiesa: la Madonna era definita advocata nostra nella preghiera Salve Regina, e da qui è entrata nell’uso come attributo non solo di Maria, ma di molte sante. Non siete ancora convinti? Aprite un buon vocabolario della lingua italiana, e cercate la parola avvocato: scoprirete che, se si riferisce a una donna, la forma avvocata è del tutto corretta.

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