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Con I nomi e I cognomi

L’uso dell’articolo con i nomi di persona e i cognomi è uno dei punti più spinosi della grammatica, soprattutto perché è difficile, se non impossibile, capire la logica di certe regole. Ci limiteremo a indicare quelle più importanti, passando in rassegna le varie possibilità.

L’articolo e il primo nome

Con il primo nome l’articolo non va usato: «Ho visto Claudio»; «Luisa è arrivata ieri»; «Ha citofonato Marco». È vero che nell’Italia settentrionale e in Toscana ricorrono frasi come: «Ieri è venuto l’Alberto»; «Oggi ho incontrato la Silvia»; ma si tratta, per l’appunto, di usi regionali, che non sempre coincidono con le norme dell’italiano.

L’articolo e il cognome

In questo caso è importante distinguere tra persone contemporanee, note soltanto a noi, e persone illustri, ormai affidate alla storia. In generale l’articolo conferisce un certo distacco al cognome, lo colloca lontano da chi parla o scrive. Può trattarsi di una lontananza nel tempo (Il Leopardi, l’Ariosto), ma anche di una lontananza psicologica: quella, per esempio, del pubblico ministero o dell’avvocato che adoperano l’articolo davanti al cognome di imputati e testimoni per mostrarsi al disopra delle parti: «Chiedo che sia chiamato a testimoniare il Righelli».

L’articolo manca, invece, con il cognome di quei personaggi storici che sentiamo vicini a noi perché appartenenti, nel bene e nel male, alla nostra memoria storica: diremo quindi piuttosto Garibaldi, Mazzini, Cavour, Verdi, Mussolini, Gramsci che non il Garibaldi, il Mazzini, il Verdi, eccetera.

L’articolo non si usa nemmeno con i cognomi di persone illustri straniere (il che dimostra quanto, a volte, l’uso sia capriccioso, visto che dovremmo sentire queste persone più «lontane» da noi, proprio perché straniere): Mozart, Beethoven, Voltaire, Shakespeare piuttosto che il Mozart, il Beethoven, eccetera.

L’articolo e le donne

Per i cognomi femminili, anche per quelli di donne contemporanee, fino a qualche tempo fa si usava quasi sempre l’articolo. Se Conti, Salvi e Bianchi erano degli uomini, niente il; se invece erano delle donne, tutti pronti a intonare il la: la Conti, la Salvi, la Bianchi. Ma perché mantenere questa discriminazione fra uomo e donna? Perché le opportunità siano pari anche sul piano linguistico, se dobbiamo nominare una coppia affiatata come quella formata da Rosy e Silvio, è giusto scrivere «Bindi e Berlusconi», piuttosto che «la Bindi e Berlusconi».

L’articolo tiene famiglia

L’articolo maschile plurale può indicare i membri di una famiglia storica (i Colonna, gli Orsini) o di una famiglia qualsiasi («Domani abbiamo a cena i Turci»). L’articolo femminile, invece, può designare due o più sorelle oppure una madre e una figlia: per esempio le Materassi, tre sorelle protagoniste di un famoso romanzo di Aldo Palazzeschi.

Il nome Ogni cosa che vediamo con un nome la chiamiamo...

Ogni cosa che vediamo / con un nome la chiamiamo. / Le persone, gli animali, / e le piante e i minerali, / città, fiumi, monti, stati / son dai nomi nominati.

I versi sopra citati (provenienti da una deliziosa Grammatica in versi pubblicata da Raffaele Sartorelli nel 1948) ci ricordano che il nome è una parola molto versatile: serve a indicare persone (ragazza, Carla), animali (gatto, Puffi), cose (piatti, pasta), idee (uguaglianza, libertà), sentimenti (amore, antipatia), fenomeni (neve, maremoti), sensazioni (freddo, piacere), azioni (furto, dormita), fatti reali o irreali (gara, malocchio).

Nel corso della storia di una lingua, uno stesso nome ha significato cose anche molto diverse; qualche volta ha perfino smesso di indicare cose ed è passato a indicare persone. Un esempio vistoso di questa sua virtù camaleontica è offerto dalla parola velina che, nel corso del tempo, ha assunto significati lontanissimi fra loro. Molto tempo fa, velina era la forma abbreviata di carta velina, una carta molto leggera e sottile. Quando ancora si usava la macchina per scrivere e non esistevano le fotocopie, chi scriveva un testo a macchina aveva l’abitudine di farne una copia su un foglio di carta velina, inserendo fra l’originale e la velina un foglio di carta carbone. Durante la dittatura fascista i capi del regime, per controllare autoritariamente la stampa, facevano inviare alle redazioni dei giornali indicazioni su quali notizie dare e su come darle, esercitando così un’odiosa attività di censura. Le indicazioni dei gerarchi fascisti arrivavano su veline, mentre gli originali rimanevano negli archivi dei ministeri. Il controllo dell’informazione da parte del governo diminuì moltissimo, ma non scomparve del tutto dopo il 1945, quando l’Italia tornò a essere una democrazia, e qualche velina inviata da questo o da quel ministro continuò ad arrivare non solo nelle redazioni dei giornali, ma anche negli uffici della RAI, la televisione pubblica. Perciò, negli anni Ottanta del Novecento, gli autori del telegiornale satirico Striscia la notizia chiamarono scherzosamente veline le ballerine che intervenivano nel programma; così oggi, per il grosso pubblico, le veline non sono più i dattiloscritti inviati dal governo ai giornali, ma le ragazze che si esibiscono in TV.

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